Si narra che quando gli spagnoli arrivarono a conquistare le terre del Lago Titicaca la gente del posto nascose l’oro nelle sue profonde acque, ma i veri tesori che questa terra ha da offrire sono raccolti nei sorrisi e nei modi gentili che gli indigeni rivolgono ai visitatori. La famiglia di Dina è stata la mia famiglia peruviana nell’isola di Taquile. Accogliendomi con calore e cordialità mi ha fatto sentire parte del nucleo familiare durante i miei giorni di soggiorno.

Una modesta casa circondata dai campi di mais, a metà strada tra la deserta piazza principale e le sponde del cristallino lago Titicaca, una casa tirata su in meno di une mese, come Dina mi disse la sera mentre preparavamo la cena, con un bagno esterno scavato nella terra. Cucinando assieme l’ormai consueta zuppa di papas con verdure abbiamo condiviso storie e ricordi; i miei lenti modi di pelare le patate hanno generato commenti in quechua, lingua indigena, tra gli ospiti più timidi, e le soavi risa hanno sgretolato le barriere linguistiche.

Lì decisi di dare la mia macchina fotografica in mano alla piccola Natalia, figlia maggiore di 12 anni, ammaliata dalla luce dello schermo digitale. Dopo averle spiegato velocemente i principi della fotografia, come scattare e riguardare, la ragazzina ha saputo immortalare la spontaneità del momento. Con al collo e tra le mani la pesante macchina, la bambina scattava con precisione e si muoveva silenziosamente, apprezzando con estremo piacere ogni singolo risultato. Atteggiamento ormai raro da riscontrare in questa compulsiva società dallo scatto continuo.

La consueta tazza di tisana alla mugna, ottima per il male d’altitudine, ha chiuso la cena e fatto spegnere le candele. Alle nove ci siamo tutti coricati. Dina si sarebbe svegliata alle cinque l’indomani, per lavorare i campi e cucinare al ristorante. Natalia mi ridiede con un velo di tristezza la macchina fotografica, avvolse il suo fratellino in un panno e se lo caricò in spalla per portarlo a dormire in una casa lì vicino.

La notte scese e le stelle illuminavano quei campi come lampioni in una strada di periferia, rendendo quel posto a più di dieci ore di volo da casa mia, eccezionalmente familiare. Il lago Titicaca continuava a scintillare all’orizzonte come sempre aveva fatto, sin dal giorno in cui, la leggenda narra, vi nacque il primo Inca dall’unione del Sole e della Luna.

Maria


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